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sliding doors 26 marzo 2013

Posted by cioppy in esorcismi di stile, unzip my body take my heart out.
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Esattamente cinque anni fa ero in Australia. La definitiva partenza della mia vita adulta si è svolta lì, a 12 fusi orari da casa, su una Hunday Accent a noleggio.
Sono cinque anni che ci penso e che faccio finta di non pensarci. Cinque anni a chiedermi il perchè di quella mia scelta, di quel mio tornare e iniziare una strada che ho dovuto provare sulla mia pelle per scoprire sbagliata. Ho dovuto dimenticarmi dei sogni per accorgermi di averli ancora. Solo che i sogni hanno cambiato faccia.
Ieri sera facevo mente locale, pensavo a cose sciocche, pensavo a Róisín Murphy e al fatto che sta stronza non fa un disco e un tour dal 2008, da Overpowerd.

Così mi sono accorta della ricorrenza, quasi come se non sentissi una fitta alla bocca dello stomaco ogni anno, sul finire di marzo. Cinque anni, un intero lustro, dai 25 ai 30 in uno schiocco di dita, se ci penso. Momenti minuscoli, tanto è siderale la distanza da cui li guardo ora. A volte sembrano passati secoli, altre invece sembra ieri. Tutto si rimpasta ogni volta che ci penso.
Quella che sono, quella che ero, quella che volevo, quella che potevo. Ci ho fatto i conti, questa volta sul serio.

Non ero felice, tanto per cominciare. Anzi, per dirla nello speciale idioma da teste di struzzo dei miei, ero grassa. Perchè in casa mia è così che funziona, si vede il pacchetto, mai gli ingredienti. Così il fatto che tua figlia pianga tutte le sere di nascosto non è certo connesso al fatto che la suddetta saccheggi il frigorifero con sistematica devozione. La causa e l’effetto, questi sconosciuti.
Non ero felice nemmeno un po’, avevo una laurea di cui non sapevo che farmene e dei sogni che non avevano alleati. Io per prima non mi ci ero alleata, troppo tempo prima per poter rimediare.
Sognavo una carriera all’estero, le relazioni internazionali, l’intercultura. Mi era stato detto NO. Non avevo lottato.
Ero partita con il premio di consolazione, l’escursione borghese nella terra dei canguri.

Non tornare, resta. Converti il visto, rimani sei mesi, impari l’inglese per bene.

Ho detto NO. Non in Australia, non in una terra dove un ragazzo ed una ragazza di 25 anni che non stanno insieme sembrano alieni. Non in un paese in cui tutte le agenzie di viaggi invitano a fare Il viaggio della vita: l’Italia.
Io non lo so se non fossi pronta, se fossi codarda o semplicemente il germe di quella che sono ci fosse già. Io a 20 ore di aereo da casa non avrei potuto viverci, questo lo sapevo. Lo avevo saputo con certezza il momento in cui a Lygon Street (la Little Italy di Melbourne) avevo trovato un decrepito panettiere calabrese che parlava italiano ma non aveva il lievito di birra. E io con cosa la faccio la pizza?!

E così son tornata, ho piegato il capo e la vita alle scelte degli altri, facendole mie o per lo meno fingendo. Lottando per sopravvivere con il sacchetto di plastica intorno alla testa. Ho lottato per sopravvivere nel girone infernale in cui mi ero buttata da sola, per scelta. Per non restare al di là del mondo, in fondo.

Non c’è stato giorno che non ci abbia pensato, in questi cinque anni.

E così mi sono messa a rincorrere l’unica cosa che mi facesse star bene: la musica. Su e giù per il paese, far tardi la notte e barcollare al mattino pur di non mollarla. Pur di sopravvivere. E la musica mi ha portato a conoscere cose pazzesche. Mi ha insegnato che potevo fare quello che davvero amavo per raccontarla, per esempio. Mi ha dato nuove cose per cui sopravvivere, per cui lottare.
Ma anche se ti tappi il naso non è che la merda si pulisce da sola, perciò alla fine io il sacchetto l’ho dovuto rompere e fare i conti con quella scelta fatta al di là del mondo. E mi ci sono arrabbiata a morte, che era solo colpa mia, ancora una volta, brutta codarda.

Questo ho pensato alla fine degli ultimi cinque anni. Per tutto il tempo ho pensato al mio NO. Pensavo al passato e non vedevo chi era diventata oggi quella stronza che aveva detto NO. Sbagliavo tutto, oggi l’ho capito.
Oggi ho 30 anni e una valigia gigantesca con cui non partire mai. Oggi emigro nel futuro, facendo i conti con il mio presente, una volta per tutte.
Sogno l’Italia, le piste ciclabili, i centri sociali, i circoli ARCI, i chitarrini e le canzoncine, le parole sul foglio bianco, le parole sullo schermo bianco, le persone, le idee, i diritti civili, la pizza di pasqua e la pastiera. Sogno l’intercultura a casa mia, e lotterò per questo.
Se non altro perchè qua so da che parte si guida.

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Commenti»

1. la felicità, all’improvviso | galleggiante - 19 giugno 2013

[…] avrei finito con l’essere complice della mia infelicità. avrei ancora una volta infilato la testa nella sabbia e finto di non conoscere quel che in realtà sapevo benissimo di me e della mia ricerca. perchè da […]


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