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questa cosa qui 18 gennaio 2015

Posted by cioppy in Patty d'Arbanville e colleghe, unzip my body take my heart out.
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FBYC acusticolì dentro ero una delle poche a sapere a cosa stavamo andando incontro. questo non toglie che la sberla a mano aperta e in piena faccia abbia preso anche me. forse soprattutto me. a pensarli in acustico, i FBYC, si fa un po’ fatica. perché il rischio è che, tolto il macello, le spallate, il muro di suono tra il paranoico e il cruento, finisce che rimangono solo il disagio, le sfighe, i magoni a non finire e che non ci sia tutta quella roba là di incazzo, di “io ve lo tiro addosso e voi me lo ritirate” che fa sì che nessuno ai loro concerti si senta davvero sfigato.

ci si sente legittimati a sventrarsi di dolore. solo in una maniera molto maschia e pelosa.

ieri all’INIT, la tappa del tour acustico dei Fine Before You Came è stata la dimostrazione che ci si può sventrare di dolore in maniera maschia e pelosa anche se sul palco c’è un violoncello.

ero preparata, avevo visto lo stesso concerto una settimana prima in quel del Sidro, a Savignano, quando un paio di amiche generose avevano accettato di accompagnarmi fino al culo di una zona industriale romagnola, guidando nella nebbia e cenando in autogrill. solo che quel concerto là aveva avuto dei problemi e il pubblico meritava di essere sventrato. letteralmente.

però lo sapevo cosa sarebbe successo. sapevo che si apriva con Lista e che lì per lì sarebbe sembrato tutto uguale a sempre, solo più lento, solo più acustico, solo un po’ imbigito. sapevo che tutti si sarebbero chiesti “sì, ma poi, come la canta?” perché il bello di Lista è proprio lì, che la voce non attacca mai e allora hai tutto il tempo di chiederti cosa cazzo sta succedendo. sapevo che sarebbe arrivato quel momento, l’attimo in cui attaccava il violoncello e quell’archetto si sarebbe portato via il tappo del cuore, di chiunque ne avesse uno connesso con la gente sul palco. il violoncello lo suona Matteo. poi arriva Jacopo a spiegare a tutti quello che già avevano capito da soli: “non vi preoccupate, siamo sempre noi, potete star male come si deve.

perché abbiamo deciso di farlo? forse perché siamo vecchi e allora ci sediamo per evitare di non farcela più. o forse per far vedere che sappiamo suonare, chissà. 

ma chissenefrega.

sapevo tutto, incluso il fatto che sarebbe arrivata Magone, annunciata assieme al suo nuovo arrangiamento. lo sapevo e non ci ho neanche pensato, avevo già l’iPhone in mano, che non c’era occasione migliore per fare un video. poi tutto è stato più grande, troppo grande. oltre la voglia di alzare il braccio e cliccare REC c’era la canzone perfetta, con l’acustica perfetta là sopra. Me la son presa tutta. E niente video, mi spiace, non ce l’ho proprio fatta.

farò finta che va tutto bene

poi c’è stata Natale, senza più l’albero, con solo la cena. che bellezza! e Fede, che siam qui per questo no? da adulti ci vestiamo solo per dovere. ed con Fede che ci si sente tutti parte di qualche cosa, come un riconoscersi nel volersi liberare di uno spazzolino. io, gli altri, la band lassù. no, non puoi fare così Jacopo, che questa volta ti si vede, non puoi buttarti con il resto, devi stare lì, seduto, con l’occhio di bue che non ti molla e le mani a prenderti la testa. devi starci a mollo come noi in quella cosa lì. eccoci, nessuno scappa, ci rimaniamo infilati dentro e alla fine è l’unico modo che conosciamo per capirla.

da quando tutti hanno smesso di chiedermi di te

poi è la volta di Dura e ci si rende conto del livello di questo live, della qualità dei suoni, del lavoro fatto per arrangiare questo tour e per farlo uscire così, quasi facile eppure impeccabile, con i sei là sopra a spartirsi le voci e guardarsi negli occhi, quasi divertiti di saperci fare così: tanto.

passo dalle vittorie alle sconfitte senza combattere battaglia alcuna.

quanto a Il pranzo che verrà, non lo so da che parte si guardi, che in effetti non mi ero mai accorta di cosa dicesse davvero, di cosa dicesse a me, perché non ero mai stata qui e ora, a dirla tutta. e quindi alla fine ho pianto, che mica sono maschia e pelosa, io.

il gusto amaro dell’assenza

Sasso è dedicata alle fidanzate, pazienti creature mitologiche probabilmente radunate in un angolo della sala, là. sarà anche dedicata a loro, ma qua tutti fanno a gara a galleggiare, quasi che il brano diventi nostro, di tutti.

dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.

alla fine è Distanze che chiude tutto, come a raccontare a noi qua sotto, com’è stare là sopra. “Quassù c’è quasi tutto.” si guardano tra loro, ringraziano, si abbracciano. ognuno se ne va, lasciando indietro qualcosa, che in fondo è così sventrarsi, come un’operazione: un po’ di sangue lo perdi ma poi, forse, stai meglio.

questa cosa qui o la buttiamo via o la teniamo rotta

3 ore dopo, sto tornando a piedi da un altro posto, insieme a persone che ho raggiunto dopo il concerto e non riesco a smettere di cantare “niente di tutto questo mi piace davvero ma so che la mia fortuna è averlo…

che concerto che vi siete persi, ragazzi, che concerto

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