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Metti una indie di fronte a Tiziano Ferro 30 giugno 2017

Posted by cioppy in Patty d'Arbanville e colleghe.
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Sono andata al concerto di Tizianone nazionale.

Partiamo da un presupposto: non è il mio genere. Non dico i concerti, ma i concertoni negli stadi, le divinità nazional popolari, i palchi ipertrofici con i giochi di luce e la grafica che manco nella Terra di Mezzo. Io un mese fa stavo facendo la valigia per il Primavera Sound, il mio festival del cuore, quello a cui sono tornata dopo 4 anni di digiuno, facendo saltare il tappo a un numero indefinito di cose che languivano lì, sotto la crosta del Parlamento, di “Roma è troppo cara” e di “ormai ho un’età” e ora sono cazzi. Ma questa è un’altra storia.
Comunque per dire che il Primavera è uno di quei posti in cui ancora riesce a farla da padrona la musica. Ci sono palchi molto grandi ma per lo più spogli perché vi si susseguono sopra più band nel corso dei 3 giorni e per quanto la gente si sforzi di vestirsi figa e finire nei photo report del pubblico più cool, quel che conta davvero è come e cosa si sente.
Ora, però, concentriamoci: Tizianone (o per dirla con l’hashtag giusto #TZN) in concerto allo Stadio Olimpico di Roma.
Titty è uno di quei personaggi che non si possono non amare. Ieri pomeriggio, nella chat con i miei amici radical chic, mentre uno chiedeva perché andassimo a vedere questo concerto, ce n’erano due che si dichiaravano invidiosi e uno che aveva trovato i biglietti all’ultimo. Tiziano è un monumento nazionale. A cosa non l’ho ancora deciso.
Arriviamo carichissime ai controlli di sicurezza, apriamo borse e borsette e passiamo incolumi di fianco al materiale sequestrato: una fascina di selfie stick, bombolette di autan, trombe da stadio e una pira di bottigliette spray di profumi e deodoranti.
Sfiliamo per tutto il lato dell’Olimpico “manco fossimo sul raccordo” in mezzo ad una umanità colorata e multiforme. Realizzo subito che mai come oggi il mio rossetto è stato al sicuro da qualsiasi attacco erotico. Gli uomini presenti si differenziano in 3 categorie: i padri, i fidanzati e i gay.
Le fasce d’età, invece, sono tutte rappresentate, anche se la fanno da padrone le ragazze. Nello specifico le ragazze molto giovani. Meglio: le ragazze molto giovani e poco vestite. Ma fin qui poco da dire: è estate, fa un caldo becero e le ragazze hanno il sacrosanto diritto di andare in giro in pantaloncini e canotta. Anche se i pantaloncini scoprono l’archetto delle chiappe e le canotte somigliano a dei reggiseni da palestra con una scritta sopra. Ecco sì, una cosa che ho notato ma che non so ben spiegarmi è l’abuso di scritte sulle magliette. La metà delle persone hanno delle scritte sulle tette, spesso in inglese e a lettere cubitali: WILD, FREE, SEXY, HOT, e via dicendo. Segue la sconfortante moria degli orli. Passi per i jeans ma anche le magliette non se la passano bene, povere.
Mentre circumnavighiamo lo stadio, una serie di venditori fa affari d’oro smerciando le fascette, ovvero la versione sottile delle sciarpe da stadio. Queste hanno stampate sopra delle immagini in monocromia del Nostro sovrastate dal macroscopico nome dorato dell’idolo delle folle. Sono pensate per essere allacciate sopra la fronte, come tanti Rambo pronti a scendere nella boscaglia.
Entriamo.

Il palco è sul lato lungo, al centro, serve più di metà dei settori e tre quarti del prato. Una gran massa di gente felice. Una cosa che si vede chiaramente e salta agli occhi è la goduria delle persone che sono lì. Famiglie che parcheggiano i figli sulle coperte per andare a prendere i panini per tutti, ragazzine che si tempestano di selfie, rigorosamente in coppia con l’amica del cuore, tardone come noi, che si rimpallano scegliendo quale sarà la canzone per cui piangeranno di più.
Per un attimo penso che sia il momento ideale per un attentato. Mi succede di questi tempi. Non ci penso mai fino a che non sono nel mezzo di una piazza affollatissima, davanti a un palco o dentro uno stadio, appunto. Scaccio il pensiero, distratta da un ragazzo in casacca verde che mi sventola davanti al naso un mazzo di cerchietti con un fiocco di plastica rosa lampeggiante. Sorrido e declino. Più tardi vedrò gente scervellarsi per riuscire a conciliare la fascetta e il cerchietto sull’unica testa di cui dispone.
C’è un dettaglio che ho tralasciato: io e Rita siamo qua perché abbiamo ricomperato poco più di un mese fa i biglietti di una coppia di amici che li aveva comperati in tempi non sospetti. La coppia sposata da tempo non riusciva ad avere figli. Nel tempo intercorso tra l’acquisto del biglietto e il concerto è riuscita a concepire e partorire due gemelli.
Tiziano è magico. Tiziano è uno sciamano. È la Madonna. È la Dea della fertilità.
Tiziano, non fare scherzi.
Comunque arriva anche il momento dell’inizio del concerto, scandito alla perfezione dall’abbassarsi delle luci, il rumoreggiare della folla estasiata e l’accensione di tutti i pannelli video e i proiettori sul palco gigantesco.
Appare il volto del Nostro, come nella più grandiosa delle pale d’altare, in tre diverse pose: profilo destro all’estremo sinistro, profilo sinistro dall’altro lato e frontale sul soffitto. Assieme a tutto ciò compaiono in sovrimpressione una serie di parole altisonanti, a rimarcare la profondità della voce registrata che esce dagli altoparlanti: la SUA voce, quella dell’Osho dell’agropontino, il nuovo profeta del senso della vita, il Paroliere della provincia fattosi superstar.
Poco dopo appare lui in persona, scendendo dal soffitto che nel frattempo è calato e si è inclinato a mo’ di scalinata di San Remo, ed è subito delirio.
Confesso che non ho sentito niente per le prime due canzoni, tra i tecnici che dovevano settarsi sulla folla e il delirio tremebondo che percuoteva i presenti.
Dopodiché lo show ha preso il via, tra effetti visivi epici che Peter Jackson scansati proprio, primi piani del Nostro visibilmente commosso, cambi d’abito, inni a Roma e tributi a Francesco Totti.
Nel complesso mi sono divertita: ho ballato come una matta, ho cantato con tutta la voce che avevo in corpo molte più canzoni del previsto, ho anche scoperto, con mia grande soddisfazione, che Potremmo ritornare, la canzone per la quale a gennaio avevo accostato la macchina con l’autoradio accesa e avevo sfiorato le lacrime, ora ha smesso di farmi qualsiasi effetto, segno che col cavolo che voglio ritornare. (Tiè!)
Il punto è sempre uno: per tutta la durata di questo post non ho mai usato il verbo “sentire” ma sempre “vedere“.
Perché Tizianone è indubbiamente un bravissimo cantante, un uomo di talento e un gran lavoratore, ma su questo show ha preferito lavorare sullo spettacolo anziché sugli arrangiamenti dei pezzi. Per cui tutte le seconde voci, i delay e i falsetti sono basi registrate, mentre invece, con un repertorio così, Tizy, con tre belle coriste in abiti dorati mi facevi un concerto degno di Aretha Franklin o quanto meno di Gloria Estefan.

E invece no, voci registrate e dissolvenza di cieli stellati in ogni dove. Bello. Ma la musica è altra.
E lo sai anche tu, nel momento in cui ti spogli di quel circo di immagini che ti sei montato sopra, prendi un microfono e fai tremare lo stadio omaggiando Tenco. Un momento superbo, da fuoriclasse.
Così come è stata impeccabile Raffaella canta, pur agli antipodi emotivi di Tenco, ovviamente, ma perfettamente a fuoco quanto a voce, scenografia e presenza live.
Il resto è stato bello ma non lo rifarei.

Ma istruttivo, quello sì. Ho imparato, per esempio, che le native digitali non fanno i video al palco mentre il loro beniamino canta ma si fanno il video mentre cantano la canzone che stanno eseguendo sul palco. Le ho viste con i miei occhi, sempre rigorosamente a gruppi di due, abbracciate, inquadrarsi dall’alto e tenere lo sguardo sulla fotocamera per tutto il tempo, cantando tutto a memoria. Ora, con tutta la fatica spesa per quei visual, sciagurate, fategliela un’inquadratura! E invece no, anche quando il momento diventava particolarmente topico, le millennials si scindevano tra loro, e mentre una filmava da dietro con il flash rigorosamente attivo, l’altra si esibiva in una imitazione di Nina Moric ne La vida loca di Ricky Martin, alternando lo sguardo alla telecamera con gesti rivolti al palco.
Ieri sera sono stati girati un numero impressionante di video clip che nessuno (vorrei sperare) vedrà mai. In poche hanno desiderato iscriversi a scuola di canto. Tutte ballerine di una musica che non si fa, nasce già così dalle casse.

PS: Ho scritto questo post per Celestina che lo vedrà domani. Il finale incaricherò lei di aggiungerlo in coda.

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